GLI SPEAKEASY

Gli speakeasy: “parola d’ordine?”

Gli speakeasy – conosciuti anche come “blind pigs” and “gin joints” – erano bar privati e clandestini sorti negli Stati Uniti durante il periodo del proibizionismo (1919-1933). Negli speakeasy si poteva accedere solo con parole d’ordine e in alcuni era richiesto anche il tesseramento ed era possibile consumare bevande alcoliche illegalmente, aggirando quindi i divieti imposti dal Volstead Act. Nonostante polizia e agenti del Bureau of Prohibition compissero frequenti irruzioni e arresti di proprietari e clienti, gli speakeasy erano così redditizi che continuarono a prosperare.

Ingresso di uno speakeasy

Gli speakeasy: le regole

Tutti gli speakeasy avevano delle regole comuni, come cambiare frequentemente la parola d’ordine, mantenere all’interno del locale un tono di voce adeguato per non essere scoperti e non parlare ad alta voce di questi locali quando si era in luoghi pubblici. E’ proprio a queste regole che gli speakeasy devono il proprio nome. 

Ogni nightclub però aveva anche delle proprie regole interne ben precise. Di seguito potete trovare un esempio di quelle esposte in uno degli speakeasy più conosciuto dell’epoca, ovvero quello di Al Capone:

Le regole di Al Capone

Tutti sono benvenuti a bere. Seguite le regole e tutto andrà bene. Rompete le regole e verrete immediatamente cacciati.

  • Non si fa credito, quindi non chiedere. No cash, no Tiger Milk.
  • Lascia ogni tipo di pistola al buttafuori;
  • Nel caso di raid della polizia, bevi veloce;
  • Non parlare di politica, religione ed imminenti rapine;
  • Resta civile. Le scazzottate non sono tollerate;
  • Gli ubriaconi verranno buttati fuori;
  • Borseggiatori, imbroglioni e truffatori: lasciate il vostro lavoro fuori;
  • Limitati a flirtare con le prostitute. Lascia stare le ragazze degli altri uomini;
  • Non uscire dal locale con gli alcolici: finisci di bere oppure lasciali.

Gli speakeasy furono talmente popolari talmente un fenomeno popolari che si coniò un vero e proprio slang attorno alla frequentazione di questi locali, che potete trovare qui: 1920’s Slang Dictionary : 1930’s Prohibition Terms

Gli speakeasy: locali nascosti e in rapida crescita

Gli speakeasy erano dei locali non facilmente accessibili, come sale nascoste, sotterranee, spazi ricavati dietro finte pareti, con lo scopo di non essere individuate dalla strada, dagli abitanti delle case del quartiere, dai negozianti vicini e soprattutto dalle forze dell’ordine. Alcuni proprietari dei locali riuscivano a corrompere i poliziotti a guardare dall’altra parte e a fornire informazioni sui raid pianificati dagli agenti federali di proibizione.

Gli speakeasy prosperarono molto velocemente, soprattutto nelle aree urbane. Solo a New York, alla fine degli anni Venti se ne contavano 32.000 e alla fine del proibizionismo circa 100.000. Solo per citarne alcuni: The Cotton Club, 21 Club, Puncheon Club, Casa Blanca, Chumley’s Inn, Club Intime, Ear Inn, The Back of Ratner’s, El Fey Club, Nepenthe Club, Club Durant, Landmark Tavern, The Stork Club e 300 Club.

Il Cotton Club

Il Cotton Club

Gli speakeasy e la cultura letteraria e musicale

La varietà degli speakeasy era ampia. Spaziavano da club alla moda con gruppi jazz e piste da ballo (soprattutto nelle grandi città ove era richiesto molto spesso anche un dress code) a squallidi backroom, scantinati e sale all’interno degli appartamenti. Scrittori e musicisti erano frequentatori assidui degli speakeasy. Tra i primi si ricordano, ad esempio, Ernest Hemingway, Dylan Thomas, F. Scott Fitzgerald, Willa Cather, John Steinbeck, Edna St. Vincent Millay ed E. E. Cummings.

Tales of the Jazz Age – F. Scott Fitzgerald

Tra i musicisti, solo per citarne alcuni, troviamo nomi che segnarono la storia del Jazz come Louis Armstrong, Cab Calloway, Duke Ellington, King Oliver, Bix Beiderbecke e Fletcher Henderson. 

Inoltre, è in questo contesto che viene usato per la prima volta il termine “date” per indicare giovani single che si incontrano senza la supervisione dei genitori.

Hernest Hemingway nello Stork Club (post proibizionismo)

Cab Calloway nel musical “Spekeasy – The Adventures of John and Jane Allison in the Wonderland

Gli speakeasy: il “Rinascimento di Harlem” e l’integrazione

Da un lato, gli speakeasy permisero a uomini e donne senza distinzione alcuna di sentirsi liberi di bere e divertirsi insieme, al riparo da qualsivoglia discriminazione di genere e razziale. Non a caso in questo periodo si ebbe il cosiddetto “Rinascimento di Harlem”, il quartiere dei neri di New York. La reazione al proibizionismo promosse quindi l’integrazione e la cultura del divertimento multirazziale, alimentando una tendenza quasi senza precedenti per un’età in cui negli Stati Uniti la segregazione non era soltanto un fattore culturale ma soprattutto una politica comune del governo.

Mappa degli speakeasy di Harlem

Dall’altro, molti dei locali erano gestiti da membri della criminalità organizzata. Si stima che Al Capone, leader del Chicago Outfit, arrivò a guadagnare circa 60 milioni di dollari l’anno fornendo birra illegale e liquori a migliaia di locali.

Con la fine del proibizionismo si concluse anche l’era degli speakeasy ed iniziò quella delle sale bar autorizzate. Il termine oggi è usato per descrivere locali con uno stile retro (vintage).

Federica e Danilo